Il blocco della pubblicità online- dove andremo a finire

Si conclude (per ora?) con questo articolo la trilogia di approfondimento sul “fenomeno adblock” che ho fortemente voluto da queste parti con l’obiettivo di far luce da tutti i punti di vista possibili sul blocco della pubblicità online, pratica sempre più diffusa da parte degli utenti del Web, e su ciò che il protrarsi di questa situazione potrebbe implicare per gli attori del settore.

Dopo aver sottoposto i miei dubbi e le mie riflessioni a Mafe De Baggis, in rappresentanza degli “strateghi” della comunicazione e a Simone Sbarbati, in rappresentanza degli editori, non potevo non coinvolgere un rappresentante della categoria dei pubblicitari del Web.

E quindi con grande piacere ed estrema curiosità, ho rivolto le medesime domande fatte a Mafe e a Simone anche a Fabio Sutto, socio fondatore di Performance Based, web agency estremamente focalizzata sul performance marketing e di conseguenza sul web advertising. 

Buona lettura. E a questo punto aspetto anche la tua opinione nei commenti al post…

AdBlock1

1) Siamo giunti probabilmente al “punto di non ritorno” per quanto riguarda la pubblicità online: le persone sembrano essersi talmente stufate dell’advertising, da arrivare perfino a pagare per toglierselo dagli schermi. E stiamo parlando paradossalmente delle medesime persone che storcono il naso quando si tratta di pagare meno di un euro all’anno per applicazioni che usano moltissimo come Whatsapp e che “figuriamoci se pago per leggere un articolo, internet è gratis!”. Come siamo arrivati a questo punto? Di chi è la colpa?

Fabio: Hai già detto tutto, e credo che il ridicolo insito in tutto questo emerga perfettamente già dalle tue considerazioni.

Non conosco le ragioni di questo atteggiamento, posso solo ipotizzare: da un lato l’abitudine (la rete è sempre stata “gratis” e percepita come tale, anche quando toccava però pagare un sacco di scatti telefonici), dall’altro l’idea diffusa che “chi fa pubblicità è cattivo” e “usa i miei dati e viola la mia privacy”.

Ad ogni modo se questo atteggiamento dovesse continuare e diffodersi pagheremo tutti molto di più per avere quello che oggi tutto sommato costa davvero poco.

2) C’è chi pensa che un Web senza advertising rischi di essere un Web privo di sostenibilità economica per molte delle realtà editoriali che lo compongono oggi e quindi un Web molto più povero dal punto di vista della pluralità delle fonti di informazione. C’è invece chi sostiene la “tesi darwinistica”, secondo cui il fenomeno adblocking genererebbe effetti positivi garantendo la sopravvivenza solo delle realtà più virtuose, capaci di adattarsi e superare la selezione naturale. Che cosa ne pensi di queste due visioni? Qual è la tua prospettiva nei confronti del fenomeno?

Fabio: Credo che se una persona è così fanatica da arrivare a installare un’applicazione per bloccare la pubblicità, la bloccherà tutta, sempre e comunque. Non sceglie di non vedere la pubblicità nel sito A e di vederla invece nel sito B, a meno che il sito B non lo costringa a togliere il blocco per vedere i contenuti (se non sbaglio è questa la direzione che sta prendendo anche Youtube).

Quindi no, dal mio punto di vista non ci sarebbe alcuna selezione naturale tra i siti, la selezione semmai c’è ora, io sui siti carichi di pubblicità fastidiosa ed invadente non ci vado già ora.

Diciamocela tutta: non ho dati ufficiali, ma sono piuttosto convinto che oggi la maggior parte di coloro che utilizzano gli adblocker lo faccia per andare in siti border-line e usufruire a “scrocco” di risorse per le quali si dovrebbe pagare (film, libri, fumetti in primis) Ma al tempo stesso non vuole pagare lo scotto di questa sua scelta. E poi blocca tutta la pubblicità, non solo quella di certi siti, perché tanto si fa prima ed è più comodo.

3) Ipotizziamo una scenario in cui i vari tool di blocco della pubblicità hanno vinto la loro battaglia: da un lato abbiamo i grandi player a “circolo chiuso” (Apple, Facebook e Google, in rigoroso ordine alfabetico) che continuano a somministrare pubblicità in cambio dell’utilizzo delle proprie piattaforme e dall’altro un grande boom di tutto ciò che è native advertising e paid PR. Praticamente un mondo in cui i (pochi) grandi player della pubblicità monopolizzano anche l’editoria e dove la distinzione tra pubblicità e non pubblicità è talmente labile da non essere segnalata e forse neppure avvertita. E’ davvero questo che vogliamo? Abbiamo altre alternative? Quali?

Fabio: Parto dalla fine: le alternative sono convincere gli utenti ad abbonarsi (soluzione che vedo poco praticabile per la maggior parte dei piccoli siti) oppure costringere chi arriva sul sito a togliere i blocchi, altrimenti non vedrà nulla (soluzione applicabile in modo relativamente semplice).

Un web che volesse vivere di “native advertising” lo immagino peggiore di quanto non lo sia già ora: articoli pubblicitari mascherati da informazione, e altro ciarpame che già conosciamo.

Navigo per lavoro tutto giorno, sarò forse io troppo tollerante nei confronti dell’adv, ma mi sembra che l’unica pubblicità davvero fastidiosa sia quella dei siti tipicamente frequentati dagli “scrocconi”, oppure quella presente in siti che contengono informazioni poco utili (e che basterebbe non frequentare).

 

Fabio Sutto opera nel web dal 1998, inizia come sviluppatore server-side ma l’evoluzione professionale presto lo avvicina ai motori di ricerca, quindi al Performance Marketing e alla lead generation. Dal 2014 è socio fondatore di Performance Based, web agency con sedi in Italia e USA, focalizzata sul performance marketing in settori estremamente competitivi. Si considera un tecnico “prestato” alla divulgazione e considera la concretezza e l’orientamento ai risultati i suoi principali punti di forza.