4367818299_75292d8d87_bMese pieno ed interessante per il sottoscritto quello appena trascorso, dedicato in gran parte alla formazione. Momenti imprescindibili di confronto, determinanti per “avere il polso” del settore ed appaganti al massimo dal punto di vista personale e professionale.

4 città del nord Italia, 4 aule, oltre 100 “ragazzi” (e le virgolette stanno ad indicare l’età variabile tra i 25 ed i 50), 8 giorni e quasi 60 ore trascorse sui temi principali del Web Marketing e, nello specifico, su Social Media MarketingSocial Advertising.

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Tante cose insegnate (o almeno questo mi scrivono!). Molte di più imparate.

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Di solito le cose più interessanti vengono da quella parte dell’aula“, sono solito ripetere. E non per paraculaggine.

Ed una serie di appunti sparsi segnati rigorosamente su carta, figli di belle discussioni talvolta anche accese con i “miei studenti”, che meritano di restare impressi su questa pagina. Ché magari qualcun altro oltre me ne può beneficiare…

Non ci stiamo inventando niente. Eppure il processo di “adattamento” non è mai stato così complesso da guidare. Una delle discussioni più interessanti nonché reiterate, specialmente con gli allievi anagraficamente più maturi, si è focalizzata proprio sul fatto che la difficoltà non sia tanto quella di “fare cose nuove” ma di “fare le stesse cose di sempre”, adattandosi ad una società composta da consumatori consapevoli, esigenti, anarchici ed anche capricciosi. Non sono tanto i nuovi strumenti a dover essere “masticati” quanto proprio i paradigmi che stanno alla base di questo ribaltamento. E la questione è molto complessa.

Il problema più grande che dobbiamo affrontare è la distanza tra chi decide e chi comunica. In questo tipo di società dominata, spesso anche commercialmente, dai consumatori, dal “sempre connessi” e dal “tempo reale” non è più accettabile la distanza siderale tra chi decide e chi comunica. I dirigenti sono chiamati ad un nuovo ruolo che non può limitarsi alla direzione ma deve affacciarsi con sempre maggiore costanza anche sulla comunicazione. Devono essere sul pezzo. Non possono permettersi di “giocarsi” la reputazione di tutta un’azienda a causa della lentezza nel prendere decisioni a livello comunicativo. Troppi passaggi provocano un enorme lentezza. E lentezza di questi tempi fa rima con fallimento.

L’obiettivo di tutti quelli che “abitano” (o vorrebbero abitare) professionalmente il settore dev’essere quello di normalizzarlo. Le bacchette magiche non sono mai esistite. E se lo sono, oggi sono finite. Punto. Oggi esistono professionalità, continuo aggiornamento e soprattutto applicazione del buon senso. Abbiamo il dovere di “normalizzare” il Web Marketing, in quanto attività con aspetti positivi e negativi. Come tutte le altre. Non abbiamo bisogno di “vendere la luna”, abbiamo bisogno di dimostrare solidità e di prospettare alle aziende una serie di attività di comunicazione che nel 2015 è impensabile che non approccino. Perché questa è la normalità. “Come faccio a farmi pubblicità gratis sui Social?” è la domanda più sbagliata del mondo (che continuano comunque a pormi). Il commercialista lavora gratis, forse? L’investimento in attività di comunicazione digitale (e quando dico investimento penso sempre alla triade “risorse umane, materiali e temporali”) nel 2015 è qualcosa di assolutamente normale. Per stare sul mercato. Che non è obbligatorio.

Fare cultura digitale è importante per fare capire alle aziende le regole per “sedersi al tavolo” e creare gli anticorpi per una professione ancora troppo vulnerabile.  Se da un lato abbiamo la necessità di far “digerire” alle aziende le regole di questo gioco che le vede fisiologicamente in difficoltà, focalizzando l’attenzione sui bisogni che le persone soddisfano online e sugli eventuali spazi di manovra che si possono conquistare colmando tali bisogni, dall’altro siamo costretti a spingere incessantemente per innalzare il livello di comprensione sull’intero fenomeno. La comprensione soprattutto di chi è vittima di quella sfiducia derivata da esperienze negative precedenti, ferite ancora aperte soprattutto quando a sanguinare è stato il portafogli. E farlo sanguinare il sedicente esperto di turno.

Facciamo un bel lavoro. Mettiamocelo in testa. “Lo sai che fai davvero un bel lavoro. E la passione che ci metti nel raccontarcelo lo dimostra“, una delle tante frasi ascoltate nell’ultimo mese che ho ancora impresse nella memoria. La nostra professione comincia ad essere ambita, e porta decine e decine di risorse, più o meno giovani, a volerci provare, settimana dopo settimana, corso dopo corso, master dopo master, tentativo dopo tentativo (dove ancora l’Università fatica a proporre percorsi formativi esaustivi!). Fenomeno che giudico positivamente poiché credo che contribuirà ad alzare il livello, a far emergere nuovi professionisti che sapranno fare la differenza e che ci aiuteranno ad uscire dalla fisiologica autoreferenzialità di un settore ancora fondamentalmente giovane.

E a quel punto l’adattamento avrà smesso di essere così complesso da gestire.

Ed anche il management meno “sveglio” capirà. E, se sopravvissuto, si sarà attivato.

Ed il settore avrà stabilizzato i propri anticorpi mettendo in luce quelli bravi e oscurando i furbetti.

E tutto sarà… normalità.

 

fonte immagine in alto: https://www.flickr.com/photos/angelocesare/4367818299/, licenza CC