20141019_124551Ora che le mie settimane di permanenza a San Francisco sono più di due (vi ho già raccontato le impressioni dopo la prima settimana), mi sento di sbilanciarmi sull’argomento probabilmente più spinoso: l’ecosistema startup nella Silicon Valley. E lo voglio fare condividendo con voi una serie di riflessioni, frutto di quello che ho visto, sentito, chiesto nella mia doppia veste di startupper (a proposito, abbiamo lanciato Zenfeed e se siete “heavy readers” abbiamo bisogno di un vostro parere!) e di marketer.

Il paradiso delle startup. Non ho alcun minimo dubbio nel definire questa area del mondo come il paradiso delle startup. E non per partito preso, ma perché stando qui non si può non notare come tutto sia predisposto, creato ed organizzato per alimentare questo incredibile ecosistema che nel corso degli anni ha attirato le menti “tecnologiche” più interessanti di tutto il mondo.

Ogni giorno ti imbatti in personaggi “speciali”, dall’intelligenza sopraffina spesso superata solo ed esclusivamente dalla personalissima ambizione di “farcela”. Tendenzialmente si tratta di ragazzi molto giovani ma con un know how impressionante. Il sogno americano qui è chiaramente declinato al raggiungimento del “billion dollar“, unico, vero obiettivo di chi gironzola da queste parti.

Interessante notare come la massiccia affluenza di immigrati di breve o lungo periodo sia tendenzialmente  geograficamente trasversale. Tutti hanno in comune una cosa: sono qui per provarci. E le occasioni di scambio, di confronto, di formazione e di networking non mancano mai. Basta farsi un giro su Meetup o Eventbrite per rendersi conto dell’incredibile mole di eventi organizzati quotidianamente per startup e startupper: business model, marketing e comunicazione, gare di pitch e chi più ne ha più ne metta. Tutti sono pronti a concederti una piccola parte del loro tempo per sapere chi sei, cosa fai e perché sei qui. Si tratta di investimento, più che di filantropia.

I casi di successo non mancano e fanno da traino a tutti i nuovi arrivati: ho avuto la possibilità di visitare aziende che 5 anni fa neppure esistevano ed oggi contano decine (quando non centinaia!) di dipendenti strapagati (qui uno sviluppatore medio prende almeno almeno 150.000$ all’anno!) con uffici che assomigliano più a sale giochi che a luoghi di lavoro. Il segreto? Spendere. Spendere il più possibile. Sembra paradossale ma è proprio questo che balza agli occhi: la quantità di denaro che queste giovani aziende, spesso appena nate, “bruciano” mensilmente. E spendere sembra essere quello che le rende forti, nonostante spesso siano ben lontano dal tanto agognato (ma qui neanche troppo!) break-even point.

L’inferno delle startup. “Il troppo stroppia“, viene subito da pensare. D’altronde non può esistere luogo con tali eccessi che non abbia anche un rovescio della medaglia. E anche qui il rovescio emerge, eccome se emerge: l’esasperazione per tutto ciò che è startup è spesso stucchevole. Ho assistito a scene in cui startupper in cerca di soldi, completamente privi di ogni genere di remore, assaltavano letteralmente gruppi di (pseudo) investors, business angels, e perfino advisors (in ordine di importanza!) presenti agli eventi, ripetendo all’infinito a tutti (e contro tutti gli altri!) i propri 30 secondi di “chi siamo, che problema risolviamo, a che punto siamo e quanti soldi ci servono per andare avanti“.

Ciò che balza agli occhi (e che badi bene potrebbe essere anche una buona notizia per chi la pensa diversamente dal sottoscritto) è anche la totale assenza di filtro che startup e startuppari devono superare per sentirsi (finti?) protagonisti. Mi è capitato di ascoltare idee assurde, spiegate in maniera incomprensibile (non per via del mio inglese) ed in tutta risposta, “giudici” (il fatidico gruppetto che a fine di ogni evento viene assaltato, di cui parlavo nel paragrafo precedente) dare pacche sulle spalle della serie “provaci ancora” invece di mandarli a casa con un bel “non sei proprio tagliato per fare questa cosa, cercati un lavoro che è meglio“. “Just an illusion” cantava qualcuno negli anni 80, o sbaglio?

Insomma sembra che qui a (quasi) tutti giovi che l’ecosistema startup continui ad inflazionarsi, non fosse altro che per tutti questi eventi, conferenze, congressi che danno parecchio lavoro anche ad una parte della popolazione locale. Popolazione locale che però, dal canto suo, è imbufalita per l’incredibile fenomeno di gentrificazione che sta sconvolgendo San Francisco trascinando alle stelle i prezzi del comparto immobiliare (e non solo).

Mi sono informato anche sull’evoluzione dell’ecosistema negli ultimi anni, parlando con Armando Biondi, Co-Founder di Adespresso che sull’argomento ha scritto un articolo molto completo su Venture Beat a cui vi rimando e di cui riporto solo qualche riga…

When the entry barrier is high, a few well positioned players command the market; when the entry barrier is lowered, lots of new players enter the field, and the incumbents reposition by specializing, very often leveraging their leadership’s allure to address the high end/high value customer base. That’s exactly what’s happening with the entrepreneurs/capital/talent market (yes, this as well is a market on its own). In this regard, the Silicon Valley can be seen as its Ferrari or its Prada: high value but crazy expensive and ultra-competitive “products” in a more and more commoditized market. Human resources are crazy expensive, company valuations are crazy high, capital availability is mind-blowing, but only if you fall in certain buckets. Is this a bubble? To me, it’s just a consequence of this new global paradigm.

Welcome to the new Silicon Valley“, conclude Armando.

Paradiso per il clima. Inferno per la compagnia“, aggiungo io prendendo in prestito le parole di qualcun altro.

 

p.s. nella foto: veduta aerea di San Francisco da Twin Peaks