ceraunavolta

C’era una volta una piccola azienda italiana…

… che produceva abiti semplicemente meravigliosi, ma talmente belli che chiunque li guardasse restava senza fiato. Sempre e comunque.

Era un’azienda sana con una certa storia alle spalle che, anno dopo anno, si era conquistata una posizione di assoluto rilievo nel proprio specifico settore a tal punto da cominciare ad esportare gli splendidi abiti, rigorosamente ed orgogliosamente made in Italy anche all’estero, riscuotendo una valanga di apprezzamenti.

Naturalmente gli abiti venivano venduti anche in Italia, attraverso una rete capillare di negozi che distribuivano anche altri marchi, eccetto alcuni piccoli punti vendita monomarca.

Un giorno, non si sa bene come, chi governava l’azienda conobbe uno strumento potentissimo di nome Internet. Rimase folgorato, in qualche modo, dalla possibilità che offriva quella roba lì così difficile da definire di andare oltre il tempo e lo spazio fino a permettere addirittura a quei meravigliosi abiti di essere visti ed apprezzati a tutte le ore del giorno e della notte a tutte le latitudini e longitudini del pianeta. Magia, praticamente.

Si decise che una possibilità del genere non poteva essere persa e l’azienda si attrezzò, non senza patimenti (ma quella è un’altra storia!), per abitare questo tanto famoso Internet e… insomma fu così che nacque il Sito.

Eppure, nonostante gli abiti prodotti continuassero ad essere amati ed apprezzati da tutti, e le vendite continuassero ad andare a gonfie vele, questo Sito non è che poi fosse visto da milioni di persone di tutto il mondo. Qualche migliaio al massimo e soprattutto in Italia. Boh.

Qualcuno di illuminato all’interno dell’azienda si accorse che le dinamiche di acquisto seguivano principalmente il percorso del passaparola. Ovvero, gli abiti erano talmente belli che chi li comprava e li indossava suscitava il desiderio (i maligni direbbero l’invidia…) di amici e conoscenti che si affrettavano nel chiedere lumi sulla provenienza e spesso costituivano essi stessi la nuova clientela per la collezione successiva.

Ci fosse un qualcosa su quel Internet che ci consentisse di amplificare il passaparola saremmo a cavallo!” esclamò probabilmente lo stesso illuminato di prima, in una delle riunioni più vibranti che si ricordino gli alti vertici (o almeno questo narrano i verbali compilati per l’occasione).

E come per incanto, ispirati soprattutto da quello che facevano gli altri, e da una certa sensazione che questa nuova “operazione” non fosse poi così onerosa, ecco lo sbarco sui Social Media: Facebook (con tanto di Ads) soprattutto, ma anche gli altri ché “più canali occupati = più possibilità che si diffonda il passaparola” (così gli aveva suggerito qualche luminare dell’epoca, interpellato sulla questione).

E fu subito BOOM.

Una valanga di manifestazioni d’interesse sotto forma di “Mi Piace”, “Like”, “Followers”, “Retweet”, “Repin” e chi più ne ha più ne metta.

Non solo popolarità, ma anche coinvolgimento, approfondimento e spesso anche contatti e addirittura contratti (a proposito di “metriche”, se non avete ancora scaricato gratuitamente il mini ebook del sottoscritto sull’argomento Social Media ROI, lo potete fare subito a questo link).

L’idea che il passaparola identificato come chiave degli acquisti potesse essere amplificato grazie a questi benedetti (per l’azienda) social media non solo filava in pieno ma stava dando enormi frutti in poco tempo. Meglio di ogni possibile aspettativa. Magia? No ancora meglio della magia! C’è chi gridò perfino al miracolo.

Poi un giorno, ancora nel pieno della social sbornia, quando ormai le risorse stesse dell’azienda cominciavano a maneggiare con una certa dimestichezza oltre ad “ago e filo” anche notifiche, post, storytelling e compagnia, come un fulmine a ciel sereno, giunse nella bacheca di Facebook un messaggio (pubblico, naturalmente) tagliente come la lama del coltello più affilato di Spagna, che conteneva (su per giù) i seguenti macigni…

Bei vestiti, ma se trattate i clienti come avete fatto con me, li fate scappare tutti! Maleducati e arroganti

Com’era possibile? Stava forse cambiando il vento? L’onda che fino a quel momento avevano cavalcato come neanche il migliore surfista delle Hawaii era destinata ad infrangersi sull’azienda stessa, senza scampo alcuno. Eppure gli era sempre stato raccontato che era il prodotto quello che contava di più. Che vinceva, che faceva la differenza, sempre e comunque. D’altronde loro era di quello che si occupavano, e alla vendita non ci avevano mai pensato più di tanto ché il loro mestiere non era vendere, ma scegliere le stoffe più pregiate ed assemblarle, cucendole in modelli mozzafiato. Figuriamoci poi pensare alla relazione in negozio. “Ago e filo“, mica galateo…

Ed ora che fare? Rispondere oppure no? E nell’uno o nell’altro caso come comportarsi in seguito? Dilemma.

Qualsiasi mossa avessero deciso di intraprendere avrebbe rivoluzionato per sempre il loro destino: se decidevano di intervenire avrebbero dovuto investigare quello che era successo con il rischio di scoperchiare il vaso di pandora rispetto ai negozi, distributori dei loro abiti, dovendo forse anche mettere in discussione rapporti duraturi e fino a quel momento, nella loro incoscienza, proficui. Certo, dannarsi l’anima anche per un solo cliente scontento, cercando di capire ciò che era avvenuto e magari porvi rimedio era qualcosa di assolutamente onorevole. Ma fino a che punto sarebbe stata sostenibile e conveniente tale operazione (comunque molto onerosa per i motivi già citati)?

D’altro canto, se decidevano di proseguire facendo finta di nulla, probabilmente il flusso di vendita non sarebbe stato neppure minimamente intaccato e manifestazioni di meraviglia nei confronti di quelle strabilianti collezioni avrebbero continuato a dominare la scena ricoprendo qualche altro eventuale segnale di insofferenza del pubblico. Tuttavia l’ansia di poter un giorno o l’altro trovarsi a fronteggiare una vera e propria ondata di messaggi di quel tipo era qualcosa che valeva la pena davvero sopportare? E che cosa sarebbe successo nel verificarsi del peggiore dei casi possibili (una sorta di Candido all’incontrario)?

Giunti a questo punto assai nevralgico della storiella, senza svelare cosa successe esattamente a quel bivio, e neppure come andò a finire una volta risolta la vibrante “contesa”, pur consapevole di attirare sicuramente l’ira di qualche esigente lettore, il “buon” cantastorie decide di arrestare la favella per invitarvi a riflettere su questo brutto “finale aperto”.

Scegliete l’interpretazione che più vi garba, maturate la vostra personale continuazione e, perché no, tirateci fuori anche almeno un paio di “morali”.

Che in fin dei conti sono le vostre aziende, o magari i vostri clienti ad essere in ballo. O forse no?

fonte immagine in alto: http://www.flickr.com/photos/lorenjavier/3430558131