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Forse a causa di un certo rigetto nei confronti della sempre verde tendenza al necrologio digitale di questo o quel “pezzo di Web”, sono sinceramente poco propenso ad accettare l’ultima teoria tanto in voga del “Facebook sul viale del tramonto”, che in tantissimi (titolisti…) ci vanno propinando.

La mia attitudine è molto probabilmente anche figlia degli ultimi sorprendenti dati che vedrebbero il colosso di Zuckerberg in grande salute a livello economico e addirittura finanziario (quello fino ad ora più criticato e criticabile).

Eppure, credo sia difficile negare il fatto di essere dinnanzi ad un momento piuttosto delicato per le piattaforme di social networking. E per Facebook in primis, in quanto social network per eccellenza.

Il malessere personale espresso a più riprese nei confronti dell’evoluzione del social web, sembra essere lo stesso che attanaglia (correggetemi se sbaglio) una bella fetta della nicchia degli early adopters dei social media.

Possibile che l’abbuffata di “condivivere”, soprattutto tra coloro che abitano la piattaforma da più tempo, abbia tra i suoi effetti collaterali momenti più o meno marcati di rigetto digitale? Possibile.

Eppure mi sto convincendo sempre di più che il problema sia un altro. E credo che Facebook, per via di alcune dinamiche strutturali unite ad una diffusione trasversale capillare, sia una delle piattaforme ad esserne maggiormente affetta.

Il problema di Facebook non è la pubblicità. Sebbene ci sia chi auspichi a gran voce una versione premium libera da pubblicità e comunque sostenibile per Zuckerberg e soci (ma siamo sicuri che l’utente medio sarebbe disposto a pagare? Io dico di no…), sebbene la “pubblicità fai da te”, purtroppo spesso incoraggiata da Facebook stesso, sia chiaramente dannosa non solo per le tasche di chi la fa ma per i nervi di chi la subisce, la pubblicità non è il vero problema di Facebook.

Primo, perché se si è capaci ad utilizzarla (ma prima di tutto se hai un buon prodotto che soddisfa i bisogni, più o meno consapevoli, di una nicchia definita!) la pubblicità su Facebook funziona.

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Secondo, perché la profilazione che ti permette Facebook, non te la permette nessun altro. Già ora è così e, con il numero di informazioni che l’open graph accumula giorno dopo giorno, è destinata a migliorare ulteriormente. E la cosa non è necessariamente un male, anzi.

The real problem Facebook has is not ads. It’s irrelevant ads. Ads that get served to the wrong people. Ads nobody likes. I get these a lot, sometimes I find the suggestions Facebook comes up with funny, sometimes I’m a little shocked Facebook (or the advertisers) think I’m interested in certain products. However, I actually find some of them really useful, and so do the consumers that visit our webshop through Facebook ads. da https://medium.com/the-facebook/e5dbf55b008e


Il problema di Facebook non è la fruizione in mobilità. Ammettiamolo: fino a poco tempo fa utilizzare Facebook da mobile era proibitivo. Chi l’avrebbe mai detto che, in quattro e quattr’otto, l’azienda stessa potesse permettersi di definirsi pubblicamente una “mobile company senza che nessuno scoppiasse a ridere? Forse in pochi. Ma, anche da questo punto di vista, i risultati danno ampiamente ragione al percorso di acquisizioni (competenze e startup intere!) votate a colmare quella grande lacuna, fornendo un’esperienza completa che vada al di là dello strumento di fruizione.

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clicca per ingrandire l’immagine – immagine originale: http://www.statista.com/topics/751/facebook/chart/1078/facebooks-mobile-users/

 

L’unico grande problema di Facebook è la proporzionalità inversa tra funzionalità e tempo di utilizzo. 

Questa frase, apparentemente permeata di complessità matematica, per spiegare un concetto abbastanza semplice, per quanto paradossale: più si usa Facebook, meno funziona. E quel “funziona” va inteso nel senso più lato del termine: usabilità, utilità, divertimento, interesse e pertinenza tendono a “rompersi” nel lungo periodo.

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Quello che avviene è piuttosto facile da sintetizzare: utilizzando Facebook si tende ad accumulare amicizie,ad iscriversi a gruppi, ad interagire con pagine più o meno aziendali, con una miriade di giochi, giochini ed applicazioni di vario genere.

Tutti questi “pezzi di Facebook”, a causa delle dinamiche strutturali della piattaforma protese spesso alla ridondanza, non sono altro che la fonte dei contenuti che vanno a popolare le nostre singole bacheche. Se a questo aggiungiamo il lato oscuro di promoted post e sponsored stories (inteso come incapacità da parte degli advertiser “fai da te”di utilizzarli!) otteniamo un bel mix di… rumore.

Quanti dei contenuti che ci vengono propinati dall’edge rank (l’algoritmo che sta alla base della distribuzione del contenuto) risultano interessanti, divertenti o quanto meno accettabili?

Per curiosità, ieri l’ho chiesto a coloro i quali seguono la mia pagina Facebook (e per sfizio vi chiedo ripetere l’esperimento sulle vostre bacheche).

Naturalmente si tratta di un’indicazione di massima ma le risposte sono abbastanza significative.

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La sensazione, a quanto pare piuttosto diffusa, è che il già citato algoritmo non riesca a fare il proprio dovere di “selezionatore di informazioni interessanti”, schiacciato dall’imponente mole di contenuti che si trova a gestire.

E probabilmente chi (ipotizzo ma ne sono abbastanza convinto), come il sottoscritto e tutta la nicchia dei cosiddetti early adopters, abita Facebook da lungo tempo, con chiara commistione quantitativamente importante di contatti, pagine, gruppi, e chi più ne ha più ne metta, tra vita professionale e vita personale, risente maggiormente del problema.

Soluzioni?

Sicuramente “ordine”, “scelta”, “pulizia” sono le chiavi per venire fuori da questa situazione.

Ordine, scelta e pulizia di contatti aggiunti e da aggiungere, di pagine con cui interagire o smettere di farlo, di attività da svolgere all’interno della piattaforma, di contenuti che devono necessariamente apportare qualcosa per stare sulle nostre bacheche.

E in questo percorso di riabilitazione di un social network, sicuramente non è indispensabile ma comunque ancora utile, il protagonista dovrebbe essere il pulsante “HIDE”, come scrive giustamente qualcuno…

My newsfeed is almost all signal. This is, in part, because I am ruthless. If you are overtly negative (which is different than having opinions differing from my own), you get hidden. If I don’t find value in your postings, you get hidden. If you’re a high school friend I friended just to be nice, I hide.
I hide unhesitatingly.
I hide remorselessly.
Hiding is your super power. Hiding is one of those few pure joys of the Internet through which — amidst the near-endless entropy of online content — you can take a stand, push back in a way that meaningfully affects the data you see. da https://medium.com/how-to-use-the-internet/fb9f44469f92

E c’è chi sta sperimentando soluzioni ancora più drastiche, come ripartire da zero. Potrebbe essere un’idea…

Voi che dite?

fonte immagine in alto: Jeff Poskanzer