social-web-evoluzione-degenerazione

Se in un anno cambiano tante cose, nel settore della comunicazione online ne cambiano tantissime: a cominciare dalla nevrotica evoluzione delle piattaforme tra convergenza e frammentazione, passando per la moltitudine di ricerche dagli esiti spesso contraddittori sugli “usi e costumi” dell’utenza e concludendo con i colpi ad effetto delle aziende che in fatto di “costruzione della consapevolezza a forza di prendere facciate” non si fanno mancare nulla, soprattutto a livello di social web.

Eppure, un po’ per caso, un po’ per quell’amor proprio che porta chi ama la scrittura a rileggersi a distanza di tempo, ieri sono capitato su due articoli scritti oltre trecentocinquanta giorni fa e mi sono reso conto di come vi siano in realtà alcune sfaccettature piuttosto cupe del fenomeno social web che, non solo languono in una situazione di stallo, ma addirittura continuano il percorso degenerativo che un anno fa appariva già evidente ed insostenibile.

Diciamo pure che, tralasciando alcuni dettagli legati a fatti e situazioni di quel momento, se questi due post li avessi scritti stamattina, invece che nel luglio 2012, probabilmente nessuno se ne sarebbe accorto. E se scorro quanto espresso all’epoca alla ricerca di confronti e riflessioni con i colleghi della nicchia mi rendo conto di essere rimasto in qualche modo impantanato.

A livello professionale il “tutti dentro” di cui parlava qualche giorno fa il mio amico Matteo Bianconi (5 milioni sarebbero le persone che dichiarano di lavorare con i social media!) è qualcosa di allucinante. La rincorsa a quello che sembra il mestiere più ambito del momento (ma siete davvero così sicuri di voler essere social media manager?) sta generando un effetto fisiologico di saturazione del mercato a tal punto che il figlio informatico dell’amico è diventato persino più caro che il sedicente professionista del momento (secondo la sua stessa descrizione fornita su LinkedIn)…

C’è poi un altro fenomeno che mi continua a preoccupare: il divampare degli “uomini (ma anche le donne non scherzano…) sandwich” digitali.

Se un anno fa scrivevo…

In questo periodo mi sta capitando di gestire la comunicazione online di un paio di aziende che producono prodotti per nicchie ben definite in cui si sono sviluppati, all’ombra degli storici blog del settore (scritti dai veri opinion leader!), una serie infinita di piccole realtà “editoriali”. Non passa giorno in cui entrambi questi marchi non ricevano richieste di questa categoria di blogger che richiedono direttamente l’invio di campioni di prodotti per poterli recensire e parlarne nei propri spazi, sfoggiando cifre da analytics e cercando in qualche modo di quantificare la propria audience ed il proprio capitale sociale spendibile (o forse dovrei dire acquistabile?).
Tralasciando il fatto che bastano un occhio minimamente esperto ed una rapida analisi per “smascherarne” la pochezza in termini proprio di capitale sociale, mi sembra che quanto accade dimostri una tendenza degli utenti a volersi ergere autonomamente a “capi gruppo” per motivi indubbiamente utilitaristici. Il tentativo di passaggio forzato da “una sponda all’altra della social influence” (concedetemi la metafora) risulta tanto chiaro quanto poco utile alle aziende (ribadisco, secondo la mia esperienza/opinione personale)

… oggi mi rendo conto che la situazione è ulteriormente degenerata (sfido chiunque gestisca una pagina Facebook aziendale o un corporate blog a negare di ricevere giornalmente le richieste di testing più disparate!) ed il fenomeno “uomo sandwich” sta attecchendo anche su fette cospicue di professionisti seri e preparati del settore che, vista la deriva degenerativa, decidono (e probabilmente fanno anche bene!) quantomeno di godersela un po’, accettando i baratti più disparati offerti dall’azienda “illuminata” del giorno in cambio di un po’ di product placement sulle bacheche personali dei social network (per il mattoncino sulla definizione di capitale sociale, per uno schema sul perché forse non è così conveniente fare da uomini sandwich, e sulle dinamiche attraverso cui guadagnano oggi i blogger, vi rimando rispettivamente qui, qui e qui).

Tralasciando l’ambito strettamente professionale, e focalizzandosi sull’utilizzo trasversale e massificato del web sociale vi sono ulteriori “derive” che non accennano a placarsi.

Se un anno fa mi preoccupavo di riflettere su…

... il difficile rapporto che sembra instauratosi tra utilizzo dei social network ed ecologia dell’informazione, per cui ci ritroviamo in un ambiente letteralmente sommerso di informazioni in cui tutti si sentono quasi in dovere di dire la propria su tutto. In questo senso fanno particolarmente riflettere le rielaborazioni collettive di fenomeni tragici o eventi mediatici eccezionali.
La ridondanza e la banalità sembrano farla da padrone e la sensazione di “vetrinizzazione” delle esperienze social sembra svuotare l’ambiente dal valore aggiunto…

… devo dire che oggi la situazione non è cambiata. Anzi. Troppo spesso mi trovo a riflettere sulle esasperazioni figlie di un’esistenza (mia, tua, vostra e loro) quasi totalmente condivisa pubblicamente. Tutto questo “condivivere” generalizzato è dispendioso, banale, spesso ridondante, a volte addirittura fastidioso. Credo che Luca Conti, che sta raccontando pubblicamente il proprio processo di graduale distacco da queste dinamiche sia quello che descriva meglio anche le mie sensazioni.

L’essere sempre presenti, sempre attivi, sempre intelligenti, sempre arguti, sempre originali per capitalizzare ogni singola briciola di conversazione online da tradurre in capitale sociale, in personal branding, non solo sfianca, non solo finisce per essere alienante, ma è inutile. Stai una settimana senza segnalare nulla e vedrai che quelli che si dispiaceranno pubblicamente o privatamente si conteranno sulle dita di una mano o al massimo due. Gli altri se ne faranno presto una ragione o troveranno altri contenuti da consumare. 

Personalmente, per esempio (sebbene in pochi lo avranno notato!) scrivo molto meno e ragiono molto di più. Gli articoli si sono fatti meno assidui, più ampi, meno leggibili ma più approfonditi, perfettamente in contro tendenza con il “manuale del blogger perfetto” propinato da mezza blogosfera mondiale… Pochi lettori, pochissimi. Ma buoni. Sui social network ho sempre distinto con grande attenzione vita privata (posto quando mi pare e piace, ciò che mi pare e piace) e professione (mantengo da anni buoni volumi quantitativi e qualitativi di produzione di contenuti, spesso votati all’approfondimento professionale). Continuerò così, senza affanno e senza ansia da pubblicazione. Sicuramente vivrò meglio.

Altra (ultima promesso!) fonte di preoccupazione (in piccola parte già accennata) risale alle modalità di ricerca, filtraggio e fruizione dell’informazione sia essa personale o professionale. In questo senso percepisco delle difficoltà che a mio parere sono soprattutto fisiologica conseguenza della trasformazione, ormai veramente di massa, degli utenti passivi in produttori a loro volta di informazione, uno degli aspetti più evidenti della “rivoluzione social”.

Tuttavia se l’abbassamento della qualità media (parere personale) dell’informazione può essere considerata naturale conseguenza del “tutti scrivono di tutto anche quando non ne avrebbero le competenze per farlo” vi sono altre problematiche, più o meno collegate, che andrebbero affrontate, a partire dalle difficoltà strutturali dei social network come collettori di informazione saliente (Twitter risente dello “scorrimento temporale infinito”, Facebook di un algoritmo di filtraggio difficile da calibrare, tra il serio ed il faceto, e così via…)

Ma probabilmente non basterà un’ulteriore annata di riflessioni per venire a capo di tutto ciò.

fonte immagine: Alessandro Pinna – http://www.flickr.com/photos/alessandropinna/2975373876