Negli ultimi tempi abbiamo discusso parecchio (anche da queste parti) sulle specificità del social web e sulle sue peculiarità sociologiche e antropologiche soprattutto in relazione a concetti complessi quali l’identità, la realtà e la socialità.

Uno degli articoli di ricerca pubblicati nei giorni scorsi dal sottoscritto, in cui si sosteneva il superamento definitivo delle antitesi tra identità digitale e identità “reale” e l’anacronismo del concetto di realtà virtuale ha fatto nascere in altre sedi alcuni pareri contrastanti che meritano sicuramente un approfondimento in quanto forniscono valore aggiunto alla conversazione.

Segnalo questa riflessione di Rosanna Pizzo sulla difficoltà di “applicare” una comunicazione analogica al (social) Web:

Se riflettiamo sul fatto che la comunicazione si declina al 93% attraverso il canale non verbale e cioè nella forma analogica e solo il 7% in quella verbale, ritengo che il “reale” rinviato da una comunicazione web, per quanto reale, sia di ben diversa e altra natura: l’importante è non confondere i due piani di significato.
Non credo che il web consenta una comunicazione analogica, cioè la comunicazione non verbale che va riferita ai movimenti del corpo, alla cinesica, ma anche alle posizioni del corpo rispetto agli altri, all’espressione del viso, alle inflessioni della voce, per meglio dire alla prosodia, e quindi sequenza , ritmo e cadenza delle parole e ogni altra espressione verbale, compresi i segnali di contesto in cui avviene la comunicazione. I segnali di contesto di una comunicazione web, non possono essere assimilati alla scena di incontri in carne e ossa, per intenderci, faccia a faccia, che vanno da quelli più intimi e cioè quelli che si declinano all’interno delle famiglie a quelli di lavoro, a quelli amicali, a quelli più informali.

Tutto vero. Non c’è che dire…

Poi però ti capita sotto gli occhi un’eccellente articolo di Aurora Ghini dal titolo davvero azzeccatissimo I love my computer because my friends live in it che ti ricorda invece che forse tutto questo ambaradam è molto più “analogico” di quanto si percepisca

Capita una cosa bella a qualcuno che conosci, ma che magari conosci solo dentro al computer (o al tablet, o a un telefono) e ti viene da sorridere davvero, che li senti i muscoli del viso che si muovono, e da pensare “oh, bene”, che lo senti che stai bene. Non importa di cosa si tratti: una promozione, un figlio, un nuovo progetto, una torta venuta particolarmente bene, un chilo in meno, o un chilo in più; un chilometro in più o uno in meno, ma con un tempo migliore.
Sono certa che succeda anche per le cose brutte, lo so perché mi è successo, ma non è di cose brutte che voglio parlare in questo periodo della mia vita.
Dietro una mail, una chat, un what’s app, un hashtag che capite solo voi c’è il racconto condiviso di un mondo che continua sempre, in maniera costante, senza mai fermarsi di girare, di andare, di muoversi, di cambiare.

Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/stevendepolo/4130147264