E’ piuttosto chiaro che una delle possibilità che impone alle aziende (almeno) una riflessione sull’attivazione di strategie di social commerce sia l’opportunità di rendere noto e (condi)visibile uno specifico acquisto di un cliente nei confronti del suo network di contatti personali (e/o professionali), con lo scopo di influenzarne le scelte presenti e future.

Una dinamica semplice semplice del tipo: “Se John che è un mio caro amico, che ha buon gusto, e per di più su tante cose la pensa come me si è comprato il prodotto X, quando mi troverò a dover comprare un prodotto della categoria di X probabilmente opterò proprio per X“.

Qualche tempo fa, ponendomi il quesito tanto diretto quanto saliente vendere su Facebook è consigliabile oggi in Italia?, scrissi:

(Si) Perché si può pensare di rendere l’esperienza di acquisto più “sociale” sia per l’utente sia per l’azienda. Grazie alle dinamiche ormai consolidate di Facebook (like, share, amcizia) e alla sempre maggiore “profondità” dell’Open Graph si può dare libero sfogo alla fantasia riguardo le possibilità di personalizzazione e di integrazione dell’acquisto con altre iniziative volte ad amplificarne l’impatto nei confronti dei propri contatti (penso per esempio a sponsered stories e a contest specifici).

Partendo da un presupposto del genere e integrandolo con la voglia di calcolare il social media marketing, uno dei trend più caldi del momento, non mi stupisco di assistere a pubblicazioni di ricerche (o per meglio dire, tentativi di ricerca!) che cercano di quantificare il valore economico di una condivisione d’acquisto a seconda del social network utilizzato (il fatidico “Io ho comprato X” pubblicato su Facebook, Twitter, Pinterest o altrove).

Zappos, negozio online di abbigliamento e calzature acquistato da Amazon nel 2009, attraverso il portavoce del suo laboratorio sperimentale di social care e design, ha fornito una serie di dati interessanti sulla questione (dopo aver spinto sull’integrazione tra sito ecommerce e vari social network, tra cui anche Pinterest):

Zappos users were 13 times more likely to share a purchase on Pinterest than on Twitter and 8 times more likely to share on Facebook than Twitter. 

Even so, posts on Twitter brought in the most revenue — an average of $33.66 an order — while Facebook posts garnered $2.08 per order and sales from Pinterest were 75 cents on average

Even if a person has 100,000 followers on Pinterest and she pins something to a board called ‘Stuff I Love,’ that’s not as big a deal as an endorsement tweeted to 10,000 followers. 

da Bloomberg.com

Secondo i calcoli del team di Zappos quindi  a Twitter spetterebbe il più alto valore come strumento di condivisione dell’acquisto (addirittura 33 dollari a post), una pubblicazione su Facebook porterebbe in dote un po’ più di 2 dollari mentre un post su Pinterest circa 75 centesimi di dollaro (a mio modesto parere ci sarebbe poi da tenere conto, nello specifico, del numero totale di condivisioni, andando a “complicare” un po’ i calcoli…).

Tralasciando il caso specifico di Zappos ed i numeri espressi (comunque interessanti e diversi dal solito “calcolo del valore di un utente social”), mi sembra che una testimonianza di questo genere possa far percepire alle aziende impegnate nella (o interessate a…) vendita online l’importanza dell’accostamento di una strategia di social media marketing alle attività di commercio elettronico, se non per la vendita diretta quanto meno per approfittare della spinta dei network personali dei propri clienti.

Che ne dite?

fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/epsos/4444576795