Credo sia giusto ogni tanto fermarsi un attimo a riflettere per valutare la direzione che sta percorrendo il Social Web, inteso in qualche modo come movimento e se e come gli operatori del settore stiano affrontando le difficoltà che inevitabilmente sorgono da un fenomeno contraddistinto da un’evoluzione unica, rapida, imprevedibile e spesso nevrotica.

Credo che sia proprio il momento giusto per una di queste riflessioni (almeno per me, prendetela come una sorta di autoterapia…)

Le mie maggiori perplessità attuali si addensano sui seguenti punti (non in ordine di importanza ma di come mi passano per la testa, sia chiaro):

  • le difficoltà di stabilire una qualche forma di ROI, anche qualitativamente parlando, per il social media marketing, soprattutto per quanto riguarda PMI e microimprese italiane;
  • il particolare momento di evoluzione nel rapporto con il social web che vede gli esperti interrogarsi sulla consistenza, sulla frammentazione (e finanche sull’utilità) del tempo trascorso online (consiglio vivamente una lettura di  uno degli ultimi articoli di Luca Conti che manifesta proprio sensazioni di questo tipo). 
  • il difficile rapporto che sembra instauratosi tra utilizzo dei social network ed ecologia dell’informazione, per cui ci ritroviamo in un ambiente letteralmente sommerso di informazioni in cui tutti si sentono quasi in dovere di dire la propria su tutto. In questo senso fanno particolarmente riflettere le rielaborazioni collettive di fenomeni tragici o eventi mediatici eccezionali.
    La ridondanza e la banalità sembrano farla da padrone e la sensazione di “vetrinizzazione” delle esperienze social sembra svuotare l’ambiente dal valore aggiunto. In questo senso mi trovo in sintonia con le parole di Pierpaolo Panico in un commento ad un recente guest post di A.Fontana su questo blog:

“Se ci limitiamo a gettare a piggia su chiunque passi i nostri racconti, le nostre esperienze, non vi é condivisione nel mero significato della parola ma esposizione, vetrina. E purtroppo rimango ancora dell’idea che ció non sia positivo, svuoti di profonditá e autentiticitá le nostre esperienze, i nostri sentimenti”. 

  • alcune forme di grave intolleranza esplose nel social web proprio in questi giorni che hanno portato ad ondate ingiustificate di insulti e minacce ai danni di professionisti che fino a prova contraria esercitavano il loro diritto di comunicare (mi riferisco ai casi Camisani Calzolari e Caterina Policaro, ben spiegati da un articolo di Roberto Scano, dal titolo piuttosto eloquente). Il problema, a mio avviso in questo caso è grave e riporta all’eterno dibattito tra libertà che può facilmente degenerare in idiozia e legge che può facilmente degenerare in censura. Difficile prendere posizione. Sempre più difficile.
Confesso di essere in un momento di profonda riflessione su tutti questi aspetti che considero critici. Mi piacerebbe che ci potesse essere un’azione collettiva di presa di coscienza che parta da chi nel settore ci lavora. Tuttavia credo che mai come oggi sia necessario uscire fuori dall’ottica del “meraviglioso mondo dei social network” e del “raccontarcela tra di noi della nicchia” e scontrarsi con quella che è la realtà con cui ci dobbiamo confrontare, a livello personale prima e professionale poi, da qui in avanti. Se il (Social) Web sta prendendo questa direzione non è colpa di nessuno.

Anzi, andando oltre, posso arrivare ad ipotizzare che ciò che emerge attraverso tutti questi segnali che avverto sia in qualche modo insito nella stessa natura sociologica e psicologica del fenomeno e stia venendo fuori in maniera prepotente al raggiungimento di alcune condizioni:

  • il numero degli utenti iscritti ad un qualche social network rappresenta ormai una percentuale enorme dell’intera popolazione (e la quasi totalità degli utenti online!); 
  • il tempo trascorso sui social network rappresenta una “bella fetta” della giornata di una persona (e la maggioranza assoluta di ciò che si fa online!);
  • a livello anagrafico la presenza sui social network è diventata realmente trasversale o quantomeno sono presenti in maniera massiccia almeno 3-4 generazioni diverse, con background, ideali ed obiettivi diversi.

E ciò sia chiaro non rappresenta per il sottoscritto né un bene né un male ma un qualcosa che non può essere ignorato.

Attendo curioso le vostre riflessioni, aperto ad ogni possibile evoluzione del dibattito.