E’ un periodo in cui mi sto dedicando con estrema attenzione alle nuove dinamiche di branding attuate (o non attuate!) dalle aziende che, volenti o nolenti, si trovano ad avere a che fare con un pubblico sempre più vivo, partecipe e desideroso di esprimersi e di essere ascoltato.

In più di un’occasione ho sottolineato quanto tutto ciò non sia direttamente figlio dei social media, quanto di un’evoluzione nella consapevolezza degli attori del mercato (a cui i social media hanno chiaramente contribuito).

Proprio a causa di questa presa di coscienza socio-culturale, le aziende stanno finalmente cominciando ad affrontare, anche se in maniera molto forzata, spesso ipocrita e evidentemente opportunistica il rapporto diretto con i propri clienti.

La resa dei conti con ciò che personalmente ho definito branding forzato, e chi ancora più esperto del sottoscritto chiama tirannia della trasparenza, non può più essere rinviata.

E l’attuale fase molto sperimentale (e poco professionale!) delle “facciate” contro il social media marketing è li a dimostrarlo. Chiedete a Omsa, a Groupon Italia o a Lavori Creativi, piccoli esempi di una sterminata serie di strafalcioni all’insegna della “mancata trasparenza”

Eppure sono fermamente convinto che tutti questi svarioni abbiano il grande merito di innalzare ulteriormente il livello medio di consapevolezza delle aziende. La paura dell’insuccesso può fare molto di più di tanti bei discorsi filosofici sulle potenzialità del marketing dell’ascolto.

La strada che c’è da percorrere tra branding forzato e marketing della trasparenza è così lunga e colma di ostacoli? A quanto pare no.
  
Lo dimostrano alcuni pionieri che sulla trasparenza ci hanno costruito non solo il marketing di un brand, ma il brand stesso. E non è poco.

Che ne dite?