Qualche anno fa alla banale domanda “che università fai?”, che poteva capitare in qualsiasi conversazione quotidiana, preso da un certo sconforto nei confronti del futuro (lavorativo), rispondevo (spesso vergognandomi) in maniera colorita e spesso variegata.
La mia facoltà era di volta in volta “Scienze delle merendine”, “Scienze dei biscotti” o “Scienze del plumcake”. La risposta che però proponevo con più frequenza, sfiorando il pessimismo leopordiano, era “Scienze della Disoccupazione” (o “Science of unemployment” per dirla all’inglese!).
Fin dai primi mesi mi ero reso conto della forte sfiducia che tutto il mondo manifestava nei confronti di ciò che a me sembrava un’indirizzo di grande prospettiva, innovativo ed originale: la comunicazione. (continua…)
Proprio ieri, mi sono trovato di fronte alla tabella che vi propongo, che riporta le statistiche sul tasso di disoccupazione (a 6 mesi dalla laurea) per i neolaureati del Regno Unito, a seconda dell’ambito universitario di provenienza.

E bene si… come potete vedere “gli spettri” di quell’epoca sono riaffiorati in un momento: col 14% di tasso di disoccupazione, i “comunicatori” sono al secondo posto tra gli unemployed.

Mi è tornata alla mente una definizione di Scienze della Comunicazione, che avevo letto su “Nonciclopedia”, una sorta di Wikipedia parodistica, di cui riporto un breve estratto…

Dicesi Scienze della Comunicazione un bizzarro corso di studi che dovrebbe in qualche modo aiutare la comprensione delle interazioni sociali, o perlomeno assicurare un minimo di impegno pseudo intellettivo a soggetti che altrimenti dovrebbero essere classificati come nullafacenti. Coloro che studiano questa branca del sapere sono più noti come comunicatori, termine utilizzato dagli stessi studiosi per identificarsi, denotando un positivo senso di autoironia e una preoccupante tendenza a distorcere la realtà. Il livello di difficoltà di questo mirabolante corso di studi viene quasi sempre paragonato alla capacità di seguire una puntata della Ruota della Fortuna.  

Non ci arrabbiamo cari comunicatori, in effetti la situazione per noi non è delle più rosee, anche se personalmente sono convinto che ci sia ancora spazio per la creatività e l’iniziativa personale, specialmente in un momento come questo di crisi generalizzata. Credo proprio che dal Web possano “saltare fuori” enormi opportunità lavorative… quindi non disperiamo.

E poi… se guardiamo bene la classifica, ci sono gli Informatici che, almeno nel Regno Unito, stanno ancora peggio…