In questi giorni mi sono imbattuto per caso in un articolo di “The Economist” di settembre 2007 intitolato: “Who’s afraid of Google?” (“Chi ha paura di Google?”, domanda rivolta ai propri lettori).

L’articolo nonostante il tono decisamente allarmistico, e probabilmente esagerato, sottolineava i sentimenti ambivalenti che da sempre evoca Google: l’ammirazione nei confronti di un progetto di business eccezionale e, di contro, la paura per le capacità di sviluppo continuo ed inarrestabile e di penetrazione nella vita delle persone.

Il problema sollevato dall’editoriale di The Economist è che Google era, è e sarà per molto tempo una delle aziende più potenti al mondo, in lotta con numerosi conflitti di interessi, e il cui unico scopo resta il profitto; “… ma che un’unica azienda abbia a disposizione così tante informazioni riservate di individui e aziende, con la possibilità di incrociare tali dati con quelli derivanti dai servizi del Googleware non fa dormire sonni tranquilli“.

Circa nello stesso periodo anche il New York Times ha coniato l’acronimo F.O.G. (“Fear of Google“, “Paura di Google”) riferendosi alla psicosi collettiva da controllo delle informazioni e al timore che l’azienda di Mountain View potesse diventare “monopolista della conoscenza” con un’incredibile forza di penetrazione nelle vite degli utenti.

A distanza di più 2 anni mi sono trovato a riflettere sulla stessa questione che considero estremamente interessante.

Spesso quando si tratta la googlefobia si tirano in ballo i governi e le aziende concorrenti: i primi chiamati in causa per la paura del sempre maggiore potere politico-economico di Google; i secondi spaventati dal monopolio “naturale”, venutosi a creare come conseguenza delle competenze eccezionali che permettono al colosso web, di sfornare applicazioni a getto continuo, nei campi più disparati della realtà.
Io invece vorrei concentrarmi sui sentimenti degli utenti, la massa dei “followers” che più o meno consciamente utilizza i servizi googleiani.
(continua…)

E’ innegabile che attualmente uno dei più grandi problemi di internet sia la psicosi da “Grande Fratello”: la paura cioè che usando dati personali in rete qualcuno li possa carpire e schedarci. Magari non per motivi illeciti, ma anche per sapere chi è l’utente, le sue abitudini e le sue preferenze, anche se l’utente in questione è tutt’altro che intenzionato a renderli noti.


Da tempo Google è sotto i riflettori anche delle associazioni che si battono per la tutela della privacy; e anche tra la massa di utenti medi non sono pochi coloro che guardano con diffidenza l’azienda di Mountain View, preoccupati per la pervasività dei servizi e la capacità di setacciare e raccogliere informazioni a valanga.


Google ha un motore di ricerca, il più usato al mondo, un servizio di posta elettronica altrettanto diffuso (Gmail), altri servizi diffusissimi, come Google Earth e Maps. Ultimamente ha partorito anche un browser Internet (Chrome), e applicazioni come Google Voice e Google Wave. Senza dimenticare YouTube (centinaia di milioni di utenti iscritti…!). Non c’è che dire… siamo di fronte ad uno strumento potentissimo di cui ormai difficilmente si può fare a meno.

Per questo Google, oltre al motto “Don’t be evil!” adottato tempo fa dai fondatori, Larry Page e Sergey Brin, proprio per rassicurare i propri utenti, ha deciso di dar via, in questi giorni, a Dashboard: un servizio di gestione dei dati che permette all’utente iscritto di vedere e organizzare tutte le informazioni sulle proprie attività, garantendo anche la possibilità di modificare le impostazioni o di eliminare gli account. Tutto ciò viene fatto in nome di una trasparenza ed un senso di responsabilità per quanto riguarda la Privacy che Google vuole garantire ai propri utenti (e alle associazioni di categoria!).

Non si può negare che Google sia in grado di seguirci ovunque, grazie anche alla diffusione dell’Internet mobile né che la privacy delle persone sia potenzialmente a rischio.

Non bisogna dimenticarci però che ci sono molti altri strumenti, tra cui i Social Network, vera icona del Web 2.0, che quotidianamente raccolgono ed imagazzinano dati (chiedete a Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, di cosa campa!).

E poi, se vogliamo dirla tutta, mi sembra che per controllarci (ma siamo poi così interessanti?!?) si possa tranquillamente fare a meno di valicare la sfera internettiana: videocamere in ogni angolo delle città e conversazioni telefoniche registrate bastano ed avanzano per sapere tutto ciò che facciamo quotidianamente, anche senza scomodare il WEB.

Personalmente non condivido questa ansia da cospirazione, che ci vede come vittime di un malvagio disegno apocalittico, pronto a compiersi da un momento all’altro.

Ritengo che i propri diritti (in questo caso il diritto alla riservatezza) non vadano combattuti con l’ignoranza, che si manifesta in assurde psicosi collettive (in cui purtroppo siamo specialisti…vedi influenza suina!), ma con la conoscenza degli strumenti di cui disponiamo, e dei nostri diritti.

Come spesso accade, credo che il buon senso ed un pò di giusto equilibrio possano venirci in supporto in casi come questo. E poi… domanda delle domande: siamo così sicuri di essere tanto importanti da risultare interessanti per Google (come anche per altri colossi della web-communication) a tal punto di usare i nostri dati per farci del male?