Sicuramente la notizia degli “attacchi” di giovedì scorso (6 agosto) che hanno messo parzialmente e temporaneamente fuori uso Twitter, Facebook e compagnia è degna di grande considerazione: se il problema della sicurezza nelle piattaforme sociali è sempre stato di grande attualità (con tutte le polemiche che ogni volta solleva…), mai si era arricchito di questa valenza “politica”. In poche parole, l’ansia populis si è trasferita dalla paura di vedere spiata la propria privacy e manipolata la propria identità (digitale e non!) a quella di non potersi più esprimere liberamente: quello che viene descritto come un “intervento” del governo russo contro un blogger georgiano (e che ha portato a tutti i disagi per gli utenti), ha tutta l’aria di essere parente di una censura bella e buona.

Se confermate le notizie fin’ora emerse, gli “idealisti del 2.0″ verranno bruscamente riportati con i piedi per terra. Se poi ci soffermiamo sulla facilità (o presunta tale) con cui Twitter è stato “crashato” (Facebook, Youtube e altri hanno resistito meglio ai famigerati DDos) la questione diventa ancora più preoccupante, rendendo difficile immaginarlo nelle vesti salva-libertà dipintegli nella situazione Iraniana.
Fino a qualche anno fa, gli hacker erano giovani smanettoni in cerca di notorietà; in seguito gli attacchi informatici si sono trasformati in un giro d’affari milionario, gestito con sistemi da criminalità organizzata; adesso addirittura i sospettati numero uno sono le intelligence, gli stati maggiori, i governi.
Sembra quindi che i social network che, in qualità di “megafoni delle opposizioni e dell’informazione alternativa” offrono enormi opportunità per la libertà di espressione, ne offrano purtroppo altrettante anche ai nemici di questa libertà: si è arrivato a parlare di cyberguerra e la cosa non dovrebbe lasciarci tranquilli…

Paolo Ratto